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Il movimento di opinione "il ponte" si prefigge di raccogliere le opinioni del cittadino, filtrandole ed elaborandole per capire cos'è importante e più utile per la gente.

Dando spazio a tutte le proposte mantenendo sempre la persona e le persone al primo posto.

Si intendono sviluppare i collegamenti con le associazioni di volontariato, con le istituzioni, con le associazioni di categoria, e dei media per elaborare nel miglior modo ciò che viene esposto dal cittadino. Non limitandoci alla critica in quanto tale, ma impegnandoci a costituire e a a tradurre in realtà le idee.

Al movimento di opinione "il ponte" puo' associarsi chiunque desideri lavorare per migliorare la nostra città: renderla più vivibile e sana; ogni persona indipendentemente dalla colorazione politica e dall'iscrizione a un partito, purchè il suo pensiero sia guidato da sani principi.
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DIFENDERE IL MUSEO DELLA BONIFICA PER DIFENDERE LA NOSTRA IDENTITA’

DIFENDERE IL MUSEO DELLA BONIFICA PER DIFENDERE LA NOSTRA IDENTITA’

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Riporto qui in integrale la lettera che il Dr. Dino Casagrande, ex Direttore del Museo della Bonifica aveva inviato al Gazzettino e che è stata pubblicata il giorno 19 dicembre, anche se non integralmente per ragioni di spazio, relativa ad un commento sul confronto tra i costi di due importanti istituzioni culturali sandonatesi: teatro e museo.

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Ho evidenziato in giallo le parti non inserite nel giornale, ma che a me paiono fondamentali e utili a capire il problema, in quanto è bene precisare la funzione del museo rispetto a quella del teatro, altrimenti è poi difficile far paragoni.

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Visto, come abbiamo appreso di recente che c’è anche il tesoretto del rimborso IVA della società patrimonio forse di un importo considerevole, pensiamo che dovrà essere utilizzato in modo oculato, soprattutto per far fronte a spese quali ad esempio la manutenzione del patrimonio (e tra queste ci sarebbe anche il museo che attende un intervento da anni). Si dovranno verificare bene i conti perché ci sono fatture in sospeso e quindi è difficile dire se siano soldi certi e disponibili oppure no, e mi pare che ci siano in corso accertamenti.
L’Annamaria Babbo ha espresso dei forti dubbi, Menazza invece sembra sicuro che pagate due fatture rimanga qualcosa, …ma se rimane qualcosa si dovrà vedere bene dove spenderli.
In ogni caso, se non si vorranno spendere almeno in piccola parte, anche per la manutenzione del museo spesso considerato, e lo abbiamo visto nei comportamenti amministrativi, più una spesa che un servizio importante per la cultura e la gente, vorremmo che si spendessero almeno per le reali e urgenti necessità della popolazione….non ultime le telecamere…per le quali noi de “ Il Ponte “ ci battiamo da tempo.

Sempre più sentiamo persone che parlano e discutano di questo argomento, collegato alla cultura , al centro, al turismo, alla vita della città , alla storia di San Donà e sempre più crediamo che il problema sia sentito.

In quanto alla difesa della fonte della nostra memoria e cioè il museo, crediamo che moltissime persone siano d’accordo per salvarlo e valorizzarlo anche se costa. Ci sono persone che non si esprimono ma che amano il museo, che hanno donato al museo ricordi di famiglia, ricordi dei loro cari, rinunciando a possedere un bene personale ma pensando che tutto questo dovesse far parte del patrimonio collettivo perché importante memoria della nostra gente e del nostro territorio. Quante sono state le donazioni in tutti questi anni dal 1974 quando si sono iniziati a raccogliere gli oggetti fino ad oggi, in 41anni? Tantissime. Vanno conservate.
Riteniamo infatti che conservare le memorie dei nostri predecessori sia un dovere dell’amministrazione, perché il museo è nato con il sacrificio di tante persone, da chi ha rinunciato ad una piccola cosa perché diventi proprietà di tutti a chi ha lavorato sodo per mettere insieme uno ad uno questi ricordi che alla fine sono diventate importanti testimonianze della città e del suo territorio, della sua storia, delle sue vicende umane!
Ecco perché crediamo che su questi punti vada fatta una attenta riflessione e riteniamo che il nascente comitato per il museo, di cui si accenna nella lettera che segue, faccia bene ad operare per la difesa della nostra identità, salvaguardando le collezioni del museo nel luogo in cui attualmente si trova.
Ecco a voi la lettera integrale
Chi vuole considerazioni le può fare su FB o sulla pagina con la mail de “Il Ponte”

Gentilissimo Direttore,
il recente articolo apparso sulla sua testata il giorno 6 scorso e relativo ai costi di strutture culturali della Città di San Dona’ di Piave (Teatro e Museo) rende necessario intervenire per alcune puntualizzazioni.
Parlo non solamente in qualità di ex direttore del museo ma anche in qualità di componente di un comitato di cittadini che si sta costituendo e colgo l’occasione per evidenziarlo (in calce fornisco i riferimenti per aderirvi). L’accostamento fatto dall’Amministrazione nel suo comunicato, tra due strutture che hanno funzioni e missioni completamente diverse e costi diversi (e su quelli indicati nell’articolo sollevo notevoli perplessità), è fuorviante. La prima (il teatro), è una istituzione culturale dedicata allo spettacolo nelle varie discipline in cui esso si può esplicare: rappresentazioni drammatiche, musica, ballo, varietà, intrattenimento, finalizzate al divertimento e a svolgere una funzione di comunicazione.
La seconda, ha una missione che è completamente diversa e che è quella (e mi richiamo alla vasta definizione dell’ICOM, International Council of Museums): “Il Museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, istruzione e diletto.” Mission completamente diverse.
Mettere sullo stesso piano due strutture culturali così differenti è voler fornire all’opinione pubblica una visione distorta. Bene, detto questo, il comitato costituendo, allo scopo di difendere il museo lì dov’è, lì dove è stato creato con enormi sacrifici, lì nella sua attuale, ideale collocazione logistica, vuole dedicare attenzione alla salvaguardia delle memorie del nostro passato, ai grandi problemi ambientali vissuti del nostro territorio, allo studio dei primi insediamenti antropici, alle vicende belliche, a tutta la storia vissuta dalle popolazioni e ai fondamenti delle loro origini che sono contenute in quella istituzione. Tutto questo dà a quell’istituto una valenza ed un’importanza che non si può certo misurare in modo così semplicistico: una differenza di costi. I dati ai quali si è fatto riferimento, inoltre rappresentano pienamente una situazione di trascuratezza della quale l’amministrazione dovrà in qualche modo rendere conto.
I costi riportati nelle affermazioni qualunquiste dell’amministrazione sono tutti da verificare, ma in ogni caso sarebbero comunque accettabili per una struttura che deve svolgere una missione altamente complessa quale è quella del museo che, oltre all’attività di conservazione e scientifica, deve porre in essere una serie di attività che attirino i visitatori nella struttura, deve poter svolgere una attività promozionale in modo da intercettarli dalle aree turistiche a noi vicine per incrementarne il numero, mettersi in rete con altri musei per creare un polo di attrazione che riesca a valorizzare i suoi importanti contenuti.
Ebbene, in questi ultimi due anni si è assistito, invece, ad una sorta di abbandono, mancanza di contenuti, mancanza di quegli interventi strutturali che erano necessari, mancanza di promozione, licenziamento di due bravi operatori (laureati in conservazione beni culturali) che avrebbero potuto costituire con la direzione una équipe poderosa ed autorevole, mancanza di un calendario di attività che fornisse ulteriori elementi per potenziare rilanciare un istituto culturale di primaria importanza non solo per la città, ma per l’intero territorio, come il museo della Bonifica. Inoltre, in tempi di crisi, di ristrettezza di risorse, di difficoltà finanziarie, si dovrebbe far ricorso (se si desidera fare buona amministrazione) anche al volontariato. Persone se ne sono rese disponibili ma sono state allontanate, ovviamente tutto questo ha avuto anche una ripercussione anche sui costi della struttura. Sì è fatto di tutto…ma in senso opposto a quello in cui si sarebbe dovuto operare.
L’atteggiamento colpevole dell’amministrazione comunale dovrà essere stigmatizzato e non mancherà occasione per farlo, e con il costituendo comitato lo faremo certamente: i cittadini devono riprendersi il proprio ruolo contro comportamenti di abbandono, contro le richieste inascoltate, in definitiva contro l’arroganza di potere purtroppo oggi presente in molte espressioni dell’autorità politica e amministrativa.
Dino Casagrande

Per aderire Email: avverte@gmail.com
O sulla mail del sito web (+ FB) : http://www.ilponte.ws/portale/?page_id=28

Desidero ricordare che in questo sito ai links

http://www.ilponte.ws/portale/?p=1776

http://www.ilponte.ws/portale/?p=1783

http://www.ilponte.ws/portale/?p=1787

Avevamo già pubblicato un lungo testo del dott. Casagrande che illustrava le ragioni per le quali il museo doveva rimanere lì dove si trova.

Progetto Museo della Bonifica: Botta e risposta tra Amministrazione e D. Casagrande

Giorni fa la Amministrazione aveva spiegato come intende agire per il trasferimento in centro del Museo della Bonifica. In relazione alle polemiche che questo argomento ha suscitato
Per chi non lo avesse letto riportiamo questo articolo apparso sulla Nuova Venezia

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Ed ecco pronta la risposta dell’ex Direttore del Museo della Bonifica
Il Dr Casagrande ribatte punto per punto e spiega i motivi per cui lui e molti sono contrari

Trasferimento del Museo della Bonifica “più” in centro a San Donà.
L’ articolo apparso recentemente sulla vostra testata (3 Novembre, “Una rete di musei civici per favorire il turismo”, con un intervento dell’Assessore Chiara Polita), e che mi chiama in causa, mi ha indotto alla stesura di questa breve lettera che pregherei gentilmente di pubblicare.
Mi sono bastate poche e brevi riflessioni per constatare che si vuole ancora procedere per una strada che ritengo sbagliata (ma ci sono altri cittadini che la pensano come me e presto sarà auspicabile metterci insieme!). Io ho redatto un piccolo libretto su questo non felice progetto, illustrando quelle che a mio parere sono le condizioni oggettive dell’istituto, attuali e di prospettiva, ma senza alcuno spirito polemico. Nel formulare delle osservazioni critiche, non solo per il bene del museo ma per la città, mi sono avvalso di una esperienza trentennale nel settore e quindi non ho bisogno di analizzare fantasiosi progetti per capire quanto deleteria possa essere questa idea.
Magari la conoscenza nel dettaglio del nuovo “sistema” (auspicata dall’Assessore), potrà essere fertile campo di studio ed approfondimento per chi non conosce il Museo della Bonifica e che non ha vissuto fin dall’origine tutti delicati passaggi effettuati e il dispendio di energie che ci son volute per arrivare a quel risultato, ma non per me che parto da una concreta visione dell’attuale che forse qualcuno ha perduto.
Per cui non è per spirito polemico che ho scritto quel breve opuscolo, ma per esprimere un’opinione con cognizione di causa che non è né fine a sé stessa, né tantomeno sterile.
Partiamo dalla capienza della nuova sede proposta: se non si costruisce in altezza e se non si scavano i depositi sottoterra (cosa alquanto pericolosa per la conservazione dei materiali visto il nostro territorio dove l’acqua è sempre in agguato), non ci saranno spazi né per garantire l’esposizione dei beni attualmente in mostra, né per conservare i materiali in deposito. Il deposito, infatti, dovrà essere ancora più capiente di prima visto che l’esposizione dovrà essere ridimensionata. Si vuol forse smembrare la collezione esistente relativa alla bonifica e così far perdere la caratteristica d’area vasta che il museo ha?
Non entro nemmeno nelle problematiche, che come constatiamo ogni giorno, rendono già difficile gestire malapena gli istituti culturali del comune: se sopravvivono è solo per merito degli operatori. Sono valutazioni che richiederebbero molto spazio e che certo eliminerebbero i voli di pura fantasia ai quali stiamo assistendo. Si pensi solo all’inevitabile apertura di nuovi fronti di spesa per la realizzazione e la gestione di un nuovo museo o addirittura di più musei. Si pensi a gestire meglio quello che già c’è, e più che dividere sarebbe forse consigliabile riunire.
Ma torniamo al Museo della Bonifica e alla sua attuale ubicazione. Fa sorridere la considerazione, in verità alquanto limitata come orizzonte, che si vuol trasferire il museo per “valorizzare il centro” e collocare tutti gli istituti culturali in un’unica area perché gli studiosi possano recarsi da una parte all’altra per cercare i materiali di cui necessitano. Il Museo dispone già di biblioteca specializzata, archivio storico, archivi fotografici, quindi uno studente o studioso ha già tutto sottomano. L’attuale sede può anche essere dotata di spazi più idonei per le attività didattiche (basta guardare il progetto). I consumi possono essere razionalizzati utilizzando il fotovoltaico, viste le grandi superfici dei tetti.
Invece, per valorizzare un istituto culturale è necessario che ci siano iniziative, mentre in museo mancano da troppo tempo. Una collocazione, come quella attuale, inoltre, è solo appena decentrata rispetto all’ombra della chiesa o del municipio dove si vorrebbe che ci fosse tutto, mentre è ben servita da vie di comunicazione. La nuova ubicazione prospettata, in un’area già satura per parcheggi e viabilità, è inadatta, soprattutto pensando che il Museo della Bonifica, è un museo del territorio, e che per sostenersi anche economicamente dovrebbe essere frequentato non solo da coloro che “passeggiano” nel centro di San Donà, ma da comitive di turisti, da scuole dell’intera regione e, ben vengano, quelle cittadine. E comunque con una salutare passeggiata o una breve corsa in bicicletta, l’attuale museo si può raggiungere facilmente. Altre ingenue considerazioni, come sono state fatte dall’Amministrazione, relative al “turista straniero” (e non italiano ?) che va al mercato e quindi “potrebbe” aver voglia anche di entrare in museo perché è lì vicino, fanno solo sorridere e le lasciamo stare. Il centro dev’essere valorizzato soprattutto potenziando e non demotivando le attività economiche, perché di questo la città ha davvero bisogno! Il voler recuperare un bene culturale architettonico come il Monumento ai Caduti in Guerra è più che giusto: va protetto e riutilizzato. Una decina di anni fa, avevo proposto di trasferire la sezione bellica del museo della Bonifica, ma era un periodo in cui le risorse finanziarie ed umane lo permettevano, adesso non è più così.
Perché, invece, non si avvia in modo concreto la rete dei musei della Grande Guerra che può avere una valenza regionale e interregionale ? La rete, fu creata con il fondamentale contributo del nostro museo ed hanno aderito dei musei importanti come il Museo del Risorgimento di Vicenza, Il Museo della Battaglia d Vittorio Veneto, il Museo 7° Alpini di Belluno, perché non si valorizza questa risorsa ?
Perché non si vuol pensare all’estensione proprio di questa rete, soprattutto nell’attuale periodo di celebrazioni del Centenario della Grande Guerra, utilizzando le risorse comuni per valorizzare così con gli altri musei della regione anche il nostro e rilanciarlo come sarebbe giusto ? Forse si vuol farlo morire e chiudere in un momento in cui dovrebbe essere potenziato e vivere ?

Dino Casagrande
Già Direttore del Museo della Bonifica (dal 1983 al 2013)

Quei marxisti da salotto…

Un altro racconto o , se volete , una riflessione del nostro F. Fontana
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Quei marxisti da salotto…

Il mio romanzo “La percezione delle Pleiadi” -ed. Albatros Il Filo- è un libro chiaramente di sinistra. E proprio per questo motivo ospita all’interno della sua narrazione figure di sinistra che combattono battaglie diverse in luoghi diversi.
Ciò mi dà spunto per riflettere brevemente su una figura di “sinistro” che io detesto particolarmente; sto parlando di quelli che definisco, con sommo disprezzo, “marxisti da salotto”.
E facendo un balzo dalla finzione (il mio romanzo) alla realtà (il nostro meraviglioso ma disgraziato Paese), dobbiamo purtroppo constatare come di questa genia sia piena l’Italia, e non solo.
Quel che mi dà fastidio di questi personaggi è soprattutto l’ipocrisia. Oltre al fatto che abitano, almeno nominalmente, nella mia stessa casa politica, il “progressismo”, la “sinistra”, anche se io da questa casa li caccerei volentieri a calci nel culo, tanto per non usare eufemismi.
Sessantottini, ex-sessantottini, post-sessantottini, ex-nonsocos’altro, post-nonsocos’altroancora, etc…: quante persone che da giovani si sono divertite a contestare, a rompere le sfere ai cosiddetti “matusa”, a passare per profeti di un mondo nuovo, salvo poi accomodarsi (eccome!) nel mondo vecchio, pretendendo e difendendo con le unghie quegli stessi privilegi che rinfacciavano ai loro padri.
Quanti individui ieri gridavano contro la ricchezza, lanciavano pietre contro i “borghesi” decadenti, sputavano sulle istituzioni, distruggevano con furia cieca e fanatica auto, banche, simboli del “feroce capitale”… e quanti di loro oggi invece accettano di buon grado (e difendono, lo ripeto, con le unghie!) i lauti stipendi, le superpensioni, i vergognosi vitalizi erogati da quelle stesse istituzioni borghesi che dicevano di detestare e invece hanno occupato in massa; per fare cosa? Per cambiare il mondo? Macchè: per poter comprare quelle medesime auto di lusso che da giovani distruggevano, per poter creare fior di conti correnti nelle medesime banche contro cui sputavano, per poter in una parola usufruire a tutto tondo di quei medesimi simboli del “feroce capitale” contro i quali avevano iniziato la loro parabola sociale, civile e politica. Una parabola così snob, così chic, così… schifosa dico io!
Coerenza, questa sconosciuta! Politici marxisti senza cravatta che vanno in tv facendosi pagare 1.000 Euro al minuto, quando una normale persona oggi come oggi si dice fortunata se 1.000 Euro li guadagna in un mese! Ex sobillatori da corteo che affermano con protervia il loro “diritto” a godere i vitalizi della politica post-democristiana. Ex (pseudo) difensori dei lavoratori che se ne stanno oggi a panza all’aria con pensioni principesche, ottenute magari senza aver mai timbrato un cartellino né tantomeno alzato un peso da terra. Ma continuano a essere “rossi”, ci mancherebbe, fa così chic… continuano a dirsi “contro”, a non mescolarsi, a collocarsi “fuori”… stando però ben attenti a non perdere neppure 1 Euro di tutto quanto c’è “dentro”.
Mi spiace, ma io questi qua li detesto con tutte le mie forze, mi fanno schifo, e confesso il piacere straordinario che proverei se potessi “aggiustarli” come si deve con le mie manine sante…; lo farei volentieri, molto volentieri anche fra cinque secondi se ne avessi uno a portata di sberla, e se non temessi il giudizio di Dio e dell’uomo, pur non credendo (ahimè!) né in Dio nè, troppo spesso, nell’uomo…
Facezie a parte, approfitto di questo spazio per invitare tutti (lo faccio anche su Fb con un post condiviso con tutti gli amici) alla prossima presentazione de “La percezione delle Pleiadi” che avverrà SABATO 7 novembre alle ore 17.00 presso la Libreria IBS a Treviso in c.so del Popolo 40 (sotto i portici in entrata città, indicativamente nel tratto fra la Stazione e Piazza dei Signori). Il libro, oltre che da me, sarà presentato da due stupendi ragazzi, Mattia e Ottavia, che frequentano il Liceo Canova, quindi sarà molto interessante vedere l’opera di un “matusa” cinquantaduenne presentata da due meravigliosi diciottenni. Vi aspetto, sarà un’esperienza simpatica!

Mi raccomando chi può sia presente !

TUTTI INSIEME, un’occasione per sorridere una volta in più

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TUTTI INSIEME, un’occasione per sorridere una volta in più

TUTTI INSIEME è un’idea nata dalla collaborazione dell’APS ermes con AIFA (Associazione Italiana Famiglie ADHD).

Obiettivo: dedicare una giornata alle famiglie e agli operatori del settore, ricca di spunti e perché no, di qualche risposta.

Noi professionisti dell’APS ermes (Dott. Jose Toffoletto, Dott.ssa Giorgia Casagrande e Dott.ssa Chiara Valerio) costruiamo percorsi e proposte formative valorizzando la rete territoriale di associazioni e risorse umane.

Lavorando in sinergia con AIDAI, AVIS, Ail Pramaggiore, ANGSA, AUTISMO SOS e Hdemia dello sport, abbiamo realizzato così un progetto dedicato a grandi e piccoli.

Gli adulti potranno seguire ben sei seminari che affronteranno tematiche psico-educative di diverso genere che coinvolgono molte famiglie italiane.

L’ospite d’eccezione sarà il Dott. Dino Maschietto, uno dei maggiori esperti nazionali in ambito ADHD.

Ecco il programma formativo:

SEMINARIO 1 – “Definizione neurobiologica dei disturbi dell’età evolutiva” – Dott. Dino Maschietto, Direttore UOC di Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda U.L.S.S. N.10 “Veneto Orientale”

SEMINARIO 2 – “Tecniche comportamentali per la gestione del bambino con diagnosi ADHD” – Dott.ssa Giorgia Casagrande, psicologa, co-fondatrice Associazione ermes, Collaboratrice AIFA Onlus

SEMINARIO 3 – “Scuola, BES e nuove normative” – Barbara Pini, vicepresidente AIFA Onlus, esperta nell’area Tutele Scolastiche

SEMINARIO 4 – “Il bambino adottivo: lotta tra due anime” – Dott. Jose Toffoletto, Dottore in Psicologia Sociale, esperto in comunicazione e dinamiche intergruppi, co-fondatore Associazione ermes, Collaboratore AIFA Onlus

SEMINARIO 5 – “Autismo e famiglia” – Dania Secco, Presidente A.N.G.S.A. Venezia Onlus e Presidente Cooperativa Sociale Autismo SOS

SEMINARIO 6 – “Il trattamento psicologico dei disturbi dirompenti del comportamento nella pratica clinica” – Dott.ssa Laura Furlan, psicologa, responsabile clinico del Centro Archimede

La pausa pranzo, dopo il terzo intervento, sarà un’occasione per conoscersi e rilassarsi all’interno di una struttura accogliente e familiare qual è il Parco Livenza di S.Stino.

Di seguito le informazioni principali:

1° Convegno Regionale AIFA Onlus – in collaborazione con APS ermes.

Sede: Parco Livenza (via Fosson 102/6, San Stino di Livenza – VE)

Orario: 8.30-17.

Ore 9: inizio primo seminario

Ore 16.30: consegna attestati e saluti

Evento garantito anche in caso di maltempo

ISCRIZIONE OBBLIGATORIA (entro mercoledì 7 ottobre)

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Info 347-8906135

Iscrizioni registrazioni@aifa.it

Sito web: www.socialermes.it

Con la radiolina transistor all’orecchio…gli anni passano….

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Oggi il nostro professore ( Fontana) ci manda un suo lavoro ovvero un ricordo “sportivo” e di costume di quando era giovane

Con la radiolina transistor all’orecchio…

Oggi siamo costretti a suggerire ai nostri figli e nipoti di non tenere il cellulare troppo vicino all’orecchio quando parlano con gli amici perchè le onde sembra che facciano male al cervello, con possibili conseguenze anche gravi.
Ma noi, che abbiamo un’età dagli “– anta” in su, quante onde ci siamo beccati proprio vicino all’orecchio (e non parlo di onde del mare, ma proprio di onde elettromagnetiche)???
La maggior parte di noi, soprattutto maschietti, tante, tantissime… ma quelle erano onde che non facevano male, erano le innocue e affascinanti onde radio dei piccoli apparecchi a transistor con i quali ascoltavamo le partite di calcio e in particolare la mitica trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto”. E allora… interi quarti d’ora, intere mezz’ore, intere ore con l’apparecchietto all’orecchio per sentire se la tua squadra del cuore vinceva, pareggiava o, ahimè, perdeva.
Oggi anche se uno non è allo stadio è come se le partite le seguisse sempre in diretta; l’informazione è totale e, oserei dire, bulimica: ancora prima che le squadre scendano in campo radio e televisioni sono già collegate, si è aggiornati su tutto, gol, pali, fischi dell’arbitro, ammonizioni, e tutto fin dal primo minuto; poi, se la partita dura più del previsto, saltano giornali radio e altre rubriche per lasciare spazio al “dio calcio”. Manca solo che ci dicano il risultato finale ancora prima che la gara cominci…

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Una volta invece, fino all’inizio dei secondi tempi (tutti in contemporanea, tutti la domenica, altro che anticipi e posticipi), c’era il coprifuoco, non si sapeva nulla. Chi aveva la fortuna (o sfortuna) di abitare vicino a qualche stadio aveva affinato l’orecchio in modo tale da intuire quel che accadeva sul campo semplicemente dal rumoreggiare del pubblico: boato piccolo significava gol della squadra ospitata, boato medio significava in genere occasione importante o palo (ma non gol), boato grande voleva dire che avevano segnato i padroni di casa.
Ma in pochi abitavano nei pressi dello stadio e allora la massa dei tifosi, di cui ho sempre fatto parte anch’io, attendeva con trepidazione il mitico “inizio dei secondi tempi”; alle 15.30 in inverno, alle 16.00 di mezza stagione, alle 16.30 nei brevi scampoli estivi in cui si giocava il campionato. E il campionato era considerato il traguardo per eccellenza, non una sorta di zerbino in cui allenarsi svogliatamente per poi dare il meglio di sè nella Champions, ovvero laddove fluttuano i “schei” (e la stessa Champions all’epoca si chiamava semplicemente “Coppa dei Campioni”: della serie “parlo come magno…”).
Allora, tornando a noi, dopo i primi 45 minuti assolutamente top secret, ecco che scattava l’accensione della radiolina; erano apparecchi piccoli e maneggevoli, molto più comodi delle vecchie radio a valvole, infatti il transistor occupa molto meno spazio. Qualche gracchio alla ricerca della migliore sintonizzazione, e poi ecco che la pubblicità di un noto liquore triestino annunciava che la casa produttrice invitava all’ascolto dei “secondi tempi delle partite di calcio del campionato di serie A: Tutto il calcio minuto per minuto, diretto da Roberto Bortoluzzi”.
E subito l’inconfondibile, pastosa, elegante voce di Bortoluzzi salutava:
“Signori all’ascolto (le signore non erano molto considerate nell’ambito calcistico. n.d.a.), buongiorno da Roberto Bortoluzzi; stiamo per collegarci con i campi della serie A per i risultati dei primi tempi. I campi collegati sono in ordine: ……………………….; per la serie B abbiamo in collegamento il collega Ezio Luzzi da ……………………. per ……………. e Alfredo Provenzali da …………….. per ……………… (sempre loro per molti anni dalla serie B. n.d.a.). Dallo studio gli aggiornamenti sugli altri incontri. Andiamo dunque con i primi tempi, a te Ameri…” in genere era infatti Enrico Ameri ad aprire i collegamenti, solo quando si ammalò e andò in pensione l’apripista divenne Sandro Ciotti che prima era invariabilmente secondo.
Erano minuti, anzi secondi, di attesa febbrile. Ricordo che quando qualche pubblicità precedente durava un po’ di più e ritardava anche solo di qualche secondo l’inizio della trasmissione io odiavo con tutto il cuore quel prodotto e giuravo che non lo avrei mai comperato da grande!
Da quel momento per la maggioranza dei miei amici la radiolina non si staccava più dall’orecchio, io invece preferivo la suspance e ascoltavo a singhiozzo, nella speranza che durante i minuti in cui la radiolina rimaneva spenta la mia squadra segnasse e io poi, riaccendendola, avessi la gradita sorpresa. Devo dire che spesso accadeva, infatti durante la mia vita “cosciente” (non parlo dunque di quando avevo pochi mesi o pochissimi anni) ho potuto godere di ben 8 scudetti e diverse Coppe Italia vinti dalla mia suqadra del cuore.
Ma, tornando al momento iniziale della trasmissione, ricordo con particolare piacere (sento ancora un brivido lungo la schiena…) un “risultato del primo tempo” comunicato dal grande Beppe Viola a proposito di un derby, partita sempre sentitissima! La mia squadra stava disputando un campionato anonimo, ma di fronte al derby la voglia di vincere ti assale anche se sei già retrocesso… e poi nelle ultime 3 o 4 domeniche si era mostrata stranamente in forma travolgendo chi avrebbe poi vinto lo scudetto (la Lazio) e facendo polpette anche di altre 2 o 3 ottime squadre; e adesso c’era il derby!!! A rigor di logica eravamo favoritissimi, non è che neanche i cugini stessero disputando un gran campionato, e poi non erano affatto in forma; ma il derby, si sa, è partita pazza, e io avevo una paura fottuta; “vedrai che la nostra serie d’oro si interrompe oggi proprio contro questi qua…” continuavo a pensare insistentemente, nell’attesa. E infatti, quando la linea è andata a Viola, il mitico Beppe a iniziato a declamare: “dopo i primi 45 minuti… Milan 1…” ecco ho pensato io in quella frazione di secondo, siamo sotto 1-0, i cugini sono sempre i cugini, trovano sempre il modo di metterci sotto”… E mentre davo per scontato che l’annuncio di Beppe si sarebbe concluso con un “Internazionale 0”, alle mie orecchie (anzi, “al mio orecchio”) arrivò questa paradisiaca notizia: “Internazionale 4”!!!!
Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì!
Non 1-1 o 1-2 (che già mi sarebbe andato benissimo) e nemmeno 1-3, no!
Milan 1 – Internazionale 4!!!!!!!!!!! Libidine, doppia libidine, doppia libidine col fiocco!
(Per la cronaca, l’Internazionale aveva segnato 3 gol subito, nei primi 10 minuti, oriali-autoretesabadini-bonimba , tanto per far capire chi portava i pantaloni, e poi la gara si era conclusa con un generoso 1 – 5, mazzola-mariani; mai infierire sugli avversari palesemente in crisi.)
Insomma, ci si entusiasmava per poco, erano anni spensierati!
E non avevamo remore a girare per la città in quelle belle domeniche pomeriggio, lustre di sole od opache di nebbia, tenendosi quella ridicola, nevrotica, meravigliosa radiolina transistor all’orecchio. E se i gentiori, gli amici o le prime fidanzatine strocevano il naso di fronte a quella bizzarra ma diffusissima abitidine, bè… che lo storcessero pure, in quei 45 minuti il mondo era racchiuso in 4 bulloncini e fili chiamati “transistor” e nelle voci dei nostri meravigliosi, professionali, umili, educati radiocronisti!
E se la nostra squadra aveva vinto, si poteva brindare con il liquore di Trieste; se aveva perso ci si poteva consolare con il liquore di Trieste; se invece aveva pareggiato… in quel caso si poteva mandare giù un sorso di grappa, sempre distillata a Trieste.
Eh sì… altri tempi… altre gioie… altre emozioni.

Francesco Fontana “vecio tifoso”

Il Presepe Vivente Ed. 2015 a Cà BODI a Cavallino Treporti: Una Tradizione che rimane intatta anche se si rinnova

Riportiamo la serata dell’Epifania come è stata vissuta a Cà Bodi. Nella cornice suggestiva di una giornata baciata dal sole che nascondeva anche il freddo  si sono rivissute le tradizioni che Artiano Bodi fa rivivere . Tradizioni locali ma vissute  con lo spirito natalizio ma artigianale che da sempre distingue questa giornata giunta oramai alla 23° edizione.

Ricordiamo che il Cav. Artiano Bodi è il Presidente della Associazione Culturale ” Usi e Costumi Cavallino- Treporti”.

 

 

 

 

 

 

 

La Associazione che vive grazie alla collaborazione di tante persone guidate dall’instancabile Artiano e in primis la sua famiglia , si propone di mantenere vivi i riti delle Tradizioni Popolari in Cavallino-Treporti  e nelle isole della Laguna Veneta. Da anni tiene vive le tradizioni in varie occasioni e a Natale si ripresenta con i concorsi e con Il Grande Presepio Vivente che da 23 anni tiene banco nella zona ma non solo. E quest’anno era il 23 ° anno del Presepe Vivente

Credo che sia l’unico Presepe vivente in Italia ideato e portato avanti da un privato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Presepio vivente è di anno in anno cresciuto ed ha resistito a tutto. Mentre altri Presepi viventi nascono e muoiono nel corso degli anni, Il Presepio Vivente in Cà Bodi torna ogni anno e non sarebbe un Natale senza questo Presepio.

Anche quest′anno vi è stata la fila per interpretare Gesù Bambino , La Madonna e San Giuseppe come tutti gli altri personaggi. Le figure sono state scelte ma come sempre rimangono un segreto fino alla sacra rappresentazione. Come novità vi è stato anche i zampognari venuti da lontano e chiamati da Bodi per l’occasione

E naturalmente vi sono stati i tre concorsi che si svolgono in questo periodo e che vedono le premiazioni  dopo lo svolgimento del Presepe  e dopo aver ascoltato le struggenti canzoni cantate dal Coro  Chiara Stella

I concorsi sono portati avanti da anni e  sono stati come sempre

1) I Concorsi dei ” Pavineri “, riservati alle famiglie

2) I concorsi delle Pinse

3) Il Concorso dei Presepi allestiti dalle famiglie che quest’anno è giusto alla quindicesima  edizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mai tanta gente nonostante la giornata fredda ma con il sole c he splendeva fino al tramonto  e poi le stelle. Si sono vissuti    riti che appassionano gli abitanti di Cavallino-Treporti, che in essi ritrovano l’identità dei padri, mediante la conoscenza e l’osservanza dei rituali antichi. Il merito va anche e soprattutto alla locale associazione “Usi e Costumi”, presieduta da Artiano Bodi, cavaliere della Repubblica, che porta avanti il progetto con convinzione e abnegazione, apportando sempre dei correttivi, spesso suggeriti dalla facoltà di scienze umanistiche dell’Università di Trieste. Progetto che è poi condiviso e sostenuto da uno stuolo di associati e collaboratori, che, fra l’altro, si trasformano in attori e figuranti nella rappresentazione della Natività.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All’iniziativa, anche quest’anno hanno dato il patrocinio e il supporto: il Comune e l’azienda di Promozione Turistica di Cavallino-Treporti mentre causa la crisi la Regione Veneto e la Provincia di Venezia hanno dato forfait. Ma come sempre presenti  la Coldiretti e la Cia, la Cooperativa agricola di Saccagnana, i Centri Turistici Union Lido, e Marina di Venezia, Pesca Azzurra di Roberto Savian, Marina Fiorita e Cooperativa Litoranea di Stefano Costantini, Cantina sociale di Jesolo e il Gazzettino.

 

La rappresentazione è stata magnifica e commovente e come sempre il  Parroco ha dato la benedizione appoggiando da giorni la manifestazione con un tocco di classe che ha dato il giusto spirito religioso alla rappresentazione

Riporto qui le fotografie che ho scattato con l’aiuto di qualche partecipante e in modo particolare di Gloria Sernagiotto che non ha voluto mancare assieme  al marito Michele Basso nonostante la gravidanza che avanza.

Chiaramente le foto come ogni hanno  sofferto della atmosfera magica ma della poca luce e dalla gente numerosa che copriva spesso la visuale.

E’ una occasione per ritrovarsi tutti assieme in allegria e respirare l’aria di soddisfazione per quello che è stato fatto

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ stata una serata anche per ringraziare Artiano Bodi per il impegno e per la sua tenacia a mantenere vive le tradizioni di questo territorio. Grazie a lui e alla sua famiglia ogni  anno si rinnova la tradizione e poi è un modo di fare aggregazione e di ritrovarsi in allegria lasciando perdere i problemi che ci affliggono tutti i giorni

Naturalmente alla fine vi è stato il The caldo, la cioccolata in tazza e il vin brûlé e poi  si è mangiato e si è bevuto come sempre  in allegria

Inserisco anche tre foto del Presepe di Marianna Mazzon , una ragazza di Meolo che ha fatto un Presepe particolare che non ha fatto in tempo a partecipare al Concorso ma ho promesso di partecipare l’anno prossimo

 

 

 

 

 

 

 

 

ROM e RUMENI: disinformazione per ignoranza o una informazione falsa ?

 

In un articolo sulla Nuova Venezia  del giorno 22 corrente mese si legge che la Comunità Rumena di San Donà si sarebbe sentita discriminata per fotografie di case e casette appartenenti ai Rom che risiedono in Romania  e da odio , a dir loro fomentato da commenti che sono apparsi su San Donà + Sicura.

Ci siamo incontrati con il sig. Daniel Saboanu  che è esponente della Comunità Rumena a San Donà e Presidente da anni della Associazione Socio – Culturale Rumena  DECEBAL – TRAIAN  , persona che conosco da anni e che stimo per il suo impegno. Chi meglio di lui poteva dare un giudizio sulle affermazioni che si ritrovano nell’articolo ? Ed ecco cosa è venuto fuori dalla chiacchierata :

“Prima di tutto, quella intervista evidenzia dei dubbi sulla razionalità del intervistato per il semplice motivo che a San Dona non c’è un’altra associazione oltre la nostra, almeno che qualcuno non si spacci per il rappresentante della comunità romena, e  solo se è un prete, ma di solito i preti non rilasciano interviste.”

Il sottoscritto  ha molte infermiere rumene in reparto e in sala operatoria e sono ragazze stupende sia dal punto di vista professionale che umano ed hanno come piace a me sempre il sorriso con gli ammalati e con me. Mi dicono tutte che si sentono bene con noi italiani e che nessuno li discrimina.

Quasi tutte sono su FB. e nessuna ha trovato da ridire qualcosa e in merito alle foto delle villette ; tutte concordano che sono vere e le hanno viste anche loro. Tra l’altro sono un po’ tutte simili come costruzioni  e sono grandi in merito alla ricchezza e alla potenza di tali zingari)

Un  anestesista rumeno mi ha mostrato immagini  simili che ha nel telefonino ed ha confermato tutto. MI ha detto che loro in Romania hanno gli stessi problemi con i ROM . Da loro non è vietato l’accottaggio ma in molti comuni vi è una disposizione del Comune che lo proibisce  e hanno i cartelli che lo vietano fuori dei negozi e ai semafori.

E i sign. Daniel mi darà una foto del cartello che da loro è appesa fuori dai negozi e ai semafori, simile a quello che abbiamo fatto noi. .

 Ma il concetto è sempre lo stesso: l’elemosina si può chiedere ma non deve essere insistente e con minaccia e con minori per impietosire la gente.

Nessuno non conosce la provenienza di denaro di quelle ville però siamo sicuri che non sono ne uomini d’affari e ne politici non gestiscono ne fabbriche e non sono ne in parlamento, quindi qualche pensiero di illegale può averlo chiunque.

Certamente molti rom chiedono la elemosina e poi portano i soldi nel loro villaggi assieme a merce rubata.

Il sign Daniel ha fatto notare che affettivamente molti confondono ROM con Rumeni ma dipende dalla ignoranza.  I Rom si trovano in molti paesi sia in Romania , come in altri paesi dell’est ma anche in Italia.

Sempre il Sign Daniel continua “. Non tutti i rom sono medicanti, (quelli di San Dona si) o malvagi. Ha detto di  conoscere dei rom che si sono convertiti al cattolicesimo tenendo conto che loro non hanno una religione, Non vogliamo  generalizzare, dice,  ma notiamo che in Italia come dicono tutti è la certezza della pena ce manca  piuttosto che mancanza delle leggi.

Di tutte queste cose ho parlato con il Sign Daniel che ha confermato quanto mi dicono tutti i rumeni che conosco. Anche lui si trova su FB e  guarda con interesse le nostre pagine e non si sente discriminato e offeso in quanto sa benissimo che quello che pubblichiamo si riferisce ai ROM e non ai Rumeni. Secondo lui tutti i Rumeni lo capiscono e  e non si sentono discriminati e sono integrati bene tra la nostra popolazione .

 In conclusione ribadiamo cheSe i Mendicanti molesti di San Donà sono dei ROm  è la sola Verità
Se questi ROM vengono dalla Romania è verità appurata
Se le villette pubblicate sulla pagina sono villette di ROM è documentato anche se quelle postate non appartengono ai ROM che abitano a San Donà. Tutti i Rumeni lo riconoscono e alcune sono fatte da ROM che portano soldi dall’Italia  mentre altre sono costruite con traffici illeciti
Ma questi sono problemi noti e documenati
Non vedo il perchè dire queste verità sia incitare all’odio come mi ha detto anche il Sig Daniel come rappresentante della Comunità Rumena
Noi però mettiamo sempre bene in chiaro che sono ROM e non Rumeni.
Quindi i Rumeni non possono offendersi.La ringrazio

Ospedale Unico: un passo avanti e un passo indietro: Possibili soluzioni !

 

Un passo avanti e un passo indietro. Rimaniamo fermi . Ma rimanere fermi significa andare indietro.

Indietro dall’Ospedale Unico. Ma avanti verso il caos. Avanti per non dare risposte ai cittadini.

Vi ricordate il vecchio Ospedale?

Si può rimanere ai vecchi tempi ?

 

E allora vediamo la situazione e facciamo il punto su cosa può succedere e sui prossimi scenari

Bisogna dire che difficilmente la Regione , Il Governatore Zaia e la Giunta, avrebbero fatto un passo indietro. Fare un passo indietro significherebbe rivedere le schede di dotazione ospedaliera, ripensare alla strategia sanitaria non solo degli Ospedali ma anche di tutto il sistema sanitario del Veneto Orientale.

La Conferenza dei Sindaci si era espressa alla unanimità , dopo che al Convegno organizzato da ” Il Ponte” i due Sindaci ( quello di Eraclea e quello di San Donà ) si erano espressi alla costruzione del nuovo Ospedale, ma come avevamo detto al Convegno i campanilismi si sarebbero fatti vivi e la politica sarebbe entrata dalla finestra. E allora erano cominciati i passi indietro

Passi indietro che erano stati fatti da diversi Sindaci e in modo particolare da quello di San Donà e di quello di Portogruaro. Il motivo era semplice e lo avevamo già detto al Convegno: nessuno voleva avere l’ospedale dell’altra città favorito rispetto al suo. In sostanza tutti temevano di perdere l’Ospedale sotto casa , nella propria città a vantaggio della città alternativa. E anche il pensare di un Ospedale a mezza via non accontentava tutti.

Tutti in sostanza volevano avere il nuovo Ospedale a casa loro . Tutti avevano paura di perdere consensi. Certamente ufficialmente tenevano una altra posizione e una altra giustificazione. Tutti esprimevano la paura di non avere  una assistenza pronta per i propri abitanti. Temevano di perdere un Ospedale, temevano che un edificio sarebbe stato abbandonato. Ma tutto sommato temevano di perdere consensi presso la propria popolazione , temevano di non aver difeso i propri cittadini

Varie sono state le opinioni e varie le soluzioni.

Ci fu anche un  documento ufficiale del PD e del Sindaco Cereser ( che ricordiamo è dello stesso partito del Sindaco di Portogruaro) che rimetteva tutto in discussione. Voleva un cambiamento delle schede ospedaliere e chiedeva di riorganizzare la sanità in modo diverso

Cosa diceva questo documento

“Per quanto riguarda infine gli obiettivi a breve termine, si ribadisce che il PD chiede l’immediata sospensione dell’applicazione delle schede ospedaliere ed esprime la propria ferma opposizione alla ristrutturazione ospedaliera del presidio di San Donà come previsto dalle schede stesse reclamandone, in ogni caso, il potenziamento dei servizi sino agli standard previsti, per garantire, qui, ora e sino alla realizzazione concreta di eventuali alternative, la salute dei cittadini di San Donà e dei comuni limitrofi.

Partito Democratico – Circolo di San Donà 12 febbraio 2014”

 

Sembrava tutto quindi ritornare in gioco e la conclusione era uno stallo, un passo indietro e ritornare alla Sanità attuale

Ma poi venne la decisione di sentire una commissione tecnica che decidesse quale era il miglior sito per un Ospedale unico.

La soluzione è stata come l’uovo di Colombo. Una commissione tecnica assieme ai Sindaci delle Principali città interessate avrebbe deciso la locazione del nuovo Ospedale. La città ( Portogruaro o San Donà ) che sarebbe stata più distante dal nuovo Ospedale avrebbe avuto una sede di Pronto intervento in modo da garantire una assistenza veloce a tutti.

Nello stesso tempo la Conferenza dei Sindaci  venne alla stessa decisione e la decisione è stata presa alla unanimità.

Si era quindi  fatto un passo AVANTI !

Ma la gente cosa dice. I cittadini parlano a secondo la loro esperienza personale; non molti possono ragionare in senso razionale e obbiettivo, anche perché non possono prescindere del partito al quale si ispirano.

 

Ospedale unico ? No grazie ! sembrano dire oramai molti. Si moltiplicano le riunioni di addetti ai lavori, di sindaci, di medici, di associazioni  che dicono la loro opinione. Vi sono ora comitati che cercano di fare marcia indietro alla decisione della Giunta Regionale.

Noi de ” Il Ponte ” avevamo fatto un convegno in ottobre l’anno scorso con rappresentanti dei vertici della Sanità Regionale e della ASL e ci venne spiegato che l’Ospedale Unico era la sola possibilità attuale per portare una eccellenza nella nostra Sanità locale.

Si era spiegato che i costi per mettere al passo i vecchi Ospedali era troppo alto, che la sanità moderna andava verso questa direzione, che i soldi erano stati trovati…..

Si disse anche che entro 5 anni l’Ospedale Unico sarebbe stato pronto  . IO ero scettico tanto che finii gli intervento del convegno dando appuntamento a tutti fra 5 anni e vedere chi aveva ragione : loro o io che pensavo che tutto poteva avvenire fra 10 anni.

Dissi fra 10 anni pensando a tanti problemi ma poiché nessuno in quel convegno criticò, a parte uno del pubblico, le schede ospedaliere che andavano incontro all’Ospedale Unico e facevano un percorso in attesa di tale Ospedale, diedi per buono che l’Ospedale UNICO  SI SAREBBE FATTO.

Era presente anche il Sindaco di San Donà che diede l’OK alle schede regionali. Lo stesso Sindaco parlò però che il percorso fosse fatto entro determinati termini e che non si lasciasse sguarnita la popolazione nei servizi fino ai prossimi 5 anni.

Lo stesso Vicesindaco di San Donà che è un medico era d’accordo nel progetto ma ora tale vicesindaco è stato estromesso dalla giunta proprio per le sue posizioni spesso in contrasto con quello del sindaco.

Jesolo aveva accettato la sua conversione in un Ospedale unico con indirizzo riabilitativo e di lungodegenza che poteva far pensare a pacchetti per i turisti e ad incentivare il turismo.

Ma poi sono cominciate i litigi per la sede. Tutti volevano un Ospedale sotto casa , più vicino alla propria casa e ora tutti volevano l’Ospedale Unico a casa loro. Bene Ospedale Unico ma a San Donà o a Portogruaro. Sono cominciate le polemiche. Si disse : bene lasciamo che siano i tecnici della regione a decidere la sede. Ma alla fine anche questa soluzione non andava bene.

Il consigliere Trevisiol di Musile ha dichiarato , almeno letto sui giornali, che l’Ospedale Unico doveva essere fatto a Caposile  e che doveva essere lasciato l’Ospedale di Portogruaro.

Sono intervenuti il Dr Merli ex Sindaco e Ex Presidente della Conferenza dei Sindaci per la Sanità

Ma per quanto finora detto, quando si parla di politica socio sanitaria, non ha alcun senso concentrare l’attenzione solo sul tema ospedaliero, ma dobbiamo partire dai bisogni delle persone per la costruzione di un disegno complessivo, che comprende il servizio ospedaliero, in grado di rispondere alle legittime aspettative di una società post industriale che si definisce ai massimi livelli nazionali ed europei in tema di diritto alla salute.

Partire dalla rete dei servizi sul territorio.

Indipendentemente dalla soluzione che si vuole dare al tema della riorganizzazione ospedaliera (ospedali in rete od ospedale unico, servizio pubblico e servizio privato, in concorrenza o complementari, ecc.), resta del tutto da risolvere il problema dei servizi territoriali, sia sul versante della progettazione che, ancor più importante, della loro realizzazione. Si tratta, come noto, di dotare i distretti socio sanitari degli strumenti e delle    risorse utili per la costruzione di una rete di servizi, che ha il proprio fulcro sui medici di medicina generale e sui pediatri di libera scelta, organizzati e integrati con i servizi necessari – hospice, ospedali di comunità, RSA, unità riabilitative territoriali, centri diurni, ADI, ecc. – per garantire un sistema di cure vicino alle persone ed alle loro famiglie, per evitare ricoveri impropri negli ospedali, per garantire l’assistenza e la cura post- ospedaliera.

Il potenziamento dei servizi territoriali potrà così avere, inoltre, un importante ruolo nella prevenzione, obiettivo raggiungibile solo attraverso una diffusa e diversa cultura della salute.

Una rete dei servizi così intesa permetterebbe agli ospedali di concentrarsi, in linea con la propria mission, solo sui problemi acuti, mentre il percorso per le persone in condizione di fragilità – ad esempio in dimissioni protette – o di cronicità, potrebbero trovare soluzione negli altri servizi integrati della rete territoriale.

Per realizzare tutto questo è necessaria una politica di sviluppo con adeguati finanziamenti per l’apertura, da subito, dei nuovi servizi territoriali mancanti o insufficienti.

Contrariamente a quanto fin qui auspicato, da oltre un anno a questa parte assistiamo ad una riorganizzazione che va esattamente nella direzione opposta, a partire dalla riduzione dei servizi territoriali e dall’incomprensibile riduzione da due distretti socio sanitari ad uno solo, coincidente con tutta l’ULSS 10.

L’ospedale unico è veramente la scelta migliore e più conveniente ?

Da alcuni anni, ma recentemente in modo più frequente, all’interno dell’ULSS 10 si sta sostenendo l’opportunità di passare da un modello di strutture ospedaliere policentrico all’idea dell’ospedale unico.

Questa affermazione, sostenuta dalla direzione generale dell’ULSS 10, non è mai stata accompagnata da un preliminare di massima, non è stato detto con certezza quanto costerà (si è sentito dire 100, 150, 170 milioni di €… chi offre di più?), non è stato detto in che modo i cittadini, attraverso le tasse, dovranno pagarlo, non è stata presentata alcuna seria analisi circa i costi di gestione, né una seria analisi circa i costi sociali di una simile iniziativa.

Ad incrementare la confusione e la demagogia contribuisce il fatto che quando viene sbandierata l’ipotesi dell’ospedale unico sembra ne debba esistere, per l’appunto, uno solo. Ma non è così. L’ospedale unico, infatti, non sostituirebbe tutti e 4 gli ospedali esistenti, ma solo due, perché l’ospedale ad indirizzo monospecialistico riabilitativo di Jesolo continuerebbe ad esistere, così come la Casa di Cura privata Rizzola. La riduzione sarebbe dagli attuali 4 a 3, da realizzarsi, come sopra ricordato, non si sa quando, dove, con che soldi… e soprattutto perché.

Ma quando si parla di costi, dobbiamo pensare che non si tratta solo di quelli economici, ma anche di quelli sociali. Con una conformazione geografica come quella dell’ULSS 10, un solo ospedale, ancorché centrale, obbligherebbe la stragrande maggioranza dei cittadini a sobbarcarsi distanze e tempi di percorrenza inaccettabili e non convenienti, considerato anche il sistema viario e di trasporti pubblici esistente. Un ulteriore buon motivo per andare a trovare le risposte in altre ULSS incrementando ulteriormente le “fughe” verso l’esterno.

L’ULSS 10 dovrebbe concentrarsi sugli aspetti che le sono propri, ovvero sulla gestione, sull’aumento della qualità dei servizi, sulla diminuzione delle c.d. “fughe”. In questo campo riteniamo che l’equilibrio di bilancio a cui la direzione generale naturalmente tende, debba essere ottenuto non abbattendo la spesa tagliando i servizi, come si sta facendo in questo periodo, ma aumentando le entrate migliorando ed integrando i servizi stessi, sviluppando una maggiore attrazione e una maggiore fiducia da parte dei cittadini nei confronti dell’ULSS 10.

Il clima si fa rovente

Si può modificare il piano e fare , come abbiamo sempre sostenuto, Ospedali differenziati che non facciano tutti le stesse cose.

 

Ritorniamo su quello che noi abbiamo sempre sostenuto da più da 20 anni. Ospedali differenziati non come specialità ma come reparti che a parte le parti basilari facciano patologie differenziate.

Forse l’Ospedale Unico potrebbe essere la soluzione migliore ma vi  sono alcuni problemi che hanno riportato diverse persone

Il vero problema è il lato economico

Dove sono i soldi ?

Vi è un piano di fattibilità ?

Dove farlo’

La distanza di un Pronto Soccorso efficiente

Diversi mi hanno parlato della possibilità di perdere alcuni specialisti

Diversi hanno paura di ritrovarsi con il caos che esiste all’Ospedale Dell’Angelo a Mestre

I problemi effettivamente sono diversi

Molti si chiedono che fine faranno gli attuali Ospedali. Sarà un buttar via i soldi investiti.

Difficile dare una risposta

Tanti dicono che sarebbe meglio far funzionare i tre Ospedali esistenti e la Casa di Cura

Ma perchè ci sono le fughe

La gente non va in Friuli perchè lo ritiene comodo ma perchè trova ivi delle eccellenze.

Ecco cosa manca nella nostra ASL. Manca spesso la eccellenza. Non che non ci siano reparti e medici al top ma manca la eccellenza.

La soluzione migliore sarebbe un Ospedale unico di tipo pubblico e un ospedale privato per dare la scelta al cittadino e la possibilità diversa di cura e diagnosi, sempre nel limite dell’economia di mercato.

Ma questo non è realizzabile in questo periodo di difficoltà economica  e quindi si deve ritornare a ripassare ad una altra soluzione

Bisogna tenere presenta la distribuzione di popolazione nel nostro territorio e della viabilità attuale e prossima ventura e le patologie e le statistiche epidemiologiche nei prossimi anni.

Dovrebbero esserci due Ospedali di rete ( San Donà e Portogruaro) con alta specializzazione ma con specializzazioni diversificate per patologia e un Ospedale a gestione privata che segua le direttive della Sanità pubblica e che abbia reparti specializzati per specialità carenti negli altri Ospedali

Esempi di questo tipo ci sono già in Italia e all’estero.

La suddivisione di competenza e di specializzazione darebbe la possibilità di avere le strumentazioni necessarie ai tempi senza dovere creare doppioni che costerebbero e sarebbero sottoutilizzate. Lo stesso ragionamento vale evidentemente per il personale medico e anche paramedico. Al giorno di oggi il medico non sa tutto e non può eccellere su tutto. Sarà più conveniente specializzarsi in alcune cose e non in tutte dando quindi una garanzia di professionalità maggiore.

Chi può al giorno di oggi chiede : “dove devo andare per essere curato meglio per tale patologia?”. Ma tale scelta non deve essere data solo ad alcuni cittadini ma a tutti.

Quindi due Ospedali con specialità diverse in grado di affrontare al meglio ogni situazione. Se la capacità di posti e di specialità sarà ottimale allora  il cittadino andrà in quel ospedale che meglio risolverà la sua esigenza indipendentemente dei pochi chilometri eventualmente in più.

Quello che si vuol dire  è che degli ospedali fotocopie l’uno dell’altro non soddisfano il cittadino anche se vicini a casa in quanto non sono perfetti ma limitati come posti letto, come risorse materiali e come risorse professionali.

Quindi non un altro Ospedale fotocopia ma un Ospedale con Riabilitazione specializzata con degenza e con Day Hospital  e una Lungodegenza capiente per tutta la ASL. Naturalmente vi sarebbe il problema del turismo estivo. Per tale motivo La Regione ha deciso  che ci sarà un Pronto soccorso autonomo con un Primario. Si tratterà di sopportarlo nel periodo estivo con aumento del personale medico e infermieristico .

 

E per San Donà e per Portogruaro. Cosa ci aspettiamo visto che i costi di un Unico Ospedale sono proibitivi ?

Un Primario o Direttore delle divisioni mediche a San Donà e una Direzione chirurgica a Portogruaro.?

Vi ricordate quando oltre ai vari Primari venne creato il Direttore del Dipartimento?. Vi era una Direttore di dipartimento (Chirurgia o Medicina ) e rimanevano i primari dei due anzi tre Ospedali. Ora rimangono solo i Direttori dei Dipartimenti e non ci saranno più gli altri primari. Cambierà il nome ma la struttura cambierà poco.

Io credo che quello che noi sosteniamo da anni sarebbe stata la soluzione di tanti problemi

Noi  abbiamo sempre proposto di Razionalizzare i vari Ospedali differenziandoli sia nei reparti che negli Ospedali.

In sostanza i vari reparti avrebbero avuta un ruolo differenziato in modo che in ogni reparto ci fosse una eccellenza per quanto riguarda  le varie patologie

Questo avrebbe comportato una riduzione di spesa e una ottimizzazione delle risorse umane e tecnologiche

Non si può spendere molto per avere le stesse attrezzature in ogni reparto perché si avrebbero attrezzature non di eccellenza e gli stessi operatori avrebbero una esperienza limitata e non eccellente in una data patologia.

Una chirurgia per esempio avrebbe trattato alcune patologie e per tale reparto si sarebbe investito nelle migliori tecnologie e si sarebbe  dato al personale e medico e paramedico una formazione eccellente.

Questo vale per chirurgia e per medicina e per i vari servizi

Non si può tutto centralizzare ma si può ottimizzare strumenti e personale per dare eccellenza agli Ospedali con vantaggi economici e un servizi ottimale alla popolazione.

La polemica Ospedale unico o meno è solo una polemica che ci fa tornare indietro negli anni quando vi erano i vari campanili e tutti pensavo a sè stessi.

Ora il cittadino vuole essere curato nel modo migliore con la attrezzatura migliore

E tutto questo ha dei costi

E allora conviene avere due poli attrezzati con le attrezzature migliori e con gli specialisti con la maggior esperienza e formati in modo tale da rappresentare quella eccellenza che attualmente manca.

In ultimo la Casa di Cura Rizzola. Deve rappresentare una alternativa alla popolazione sempre che possa rappresentare dei poli di eccellenza per determinate patologia e che il rapporto costi-benefici sia favorevole.

Se la struttura può dare alcuni servizi di eccellenza a costi competitivi non si vede perche non possa esistere nella modalità e nell’ottica descritta sopra.

L’Ospedale di Motta spiegato dal Dr Querino Messina

Riportiamo la Intervista a cura del dr. Paolo Madeyski fatta al dr Messina e trasmessa su PiaveTV  sulla realtà ospedaliera di Motta.

Incontro con il dr. Quirino Messina sarà presto disponibile su YouTube

Al Dr Messina sono state poste alcune domande per cercare di capire la realtà dell’Ospedale di Motta che è diventato un Centro di eccellenza per quanto riguarda la riabilitazione sia fisica che cardiologica.

Molti si chiedono che tipo di Ospedale sia ora, chi si può ricoverare, come si fa ad arrivare ad essere ricoverati e molte altre domande. Abbiamo pensato allora di invitarlo alla nostra PiaveTV  e naturalmente li aveva risposto a tutte le nostre domande mentre qui cerchiamo di riportare il sunto più interessante

Domande e risposte sull’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di

Motta di Livenza (TV)

 San Donà di Piave (VE), 24 settembre 2014

 

1)   Quando, come e perché l’Ospedale di Motta di Livenza si é trasformato da Ospedale per acuti a Ospedale riabilitativo?

Nel 2004 in considerazione della razionalizzazione della politica sanitaria con la riduzione dei posti letto per acuti, l’ospedale di Motta si è trasformato in ospedale riabilitativo a gestione mista (pubblico-privata) e convenzionato con il sistema sanitario nazionale, iniziando come Sperimentazione della Regione Veneto.

 

2)   Quali sono i reparti di degenza dell’Ospedale di Motta? Quanti posti letto ha l’Ospedale?

I reparti di degenza sono:

a)   la Cardiologia riabilitativa(56 posti di degenza) ;

b)    la Fisiatria o Medicina fisica riabilitativa(47);

c)    la Riabilitazione pneumologica (6);

d)   la Medicina   generale  per pazienti acuti (11).

 

3)   Che tipologia di pazienti afferisce all’Ospedale?  

a) per la Cardiologia Riabilitativa  sono pazienti cardiooperati che provengono dalla Cardiochirurgia di Treviso per la maggior parte ma anche da Mestre e Udine;

b) per la Medicina fisica e riabilitativa sono pazienti che provengono in larga  parte dalla Neurologia, dalla Neurochirurgia o dalla Rianimazione di Treviso  ed anche da altri  Ospedali del Veneto e del vicino Friuli;

c) per la Riabilitazione pneumologica sono pazienti che provengono dalla Pneumologia di Treviso in larga maggioranza e da altre Pneumologie del Veneto orientale;

d) per la Medicina generale i pazienti accedono tramite il P.S. di Oderzo.

 

 

 

4)    Come si accede all’Ospedale di Motta di Livenza per essere ricoverati?

a)   per la Cardiologia Riabilitativa c’è un accordo tra i colleghi di Motta e il cardiochirurgo che in genere trasferisce il cardiooperato appena possibile, generalmente in quarta o quinta giornata dall’intervento;

b)   per la Medicina Riabilitativa il fisiatra di Motta riceve una breve relazione clinica del paziente da riabilitare e decide in base se accettare o meno il trasferimento;

c)   per la Riabilitazione pneumologica c’è un accordo tra gli specialisti;

d)   per la Medicina generale il medico del P.S. di Oderzo si mette d’accordo con il collega internista di Motta.

e)

5)   Oltre all’attività riabilitativa in regime di ricovero e del D-H quale altre attività sono presenti nell’Ospedale?

Sono presenti il Servizio di radiologia e gran parte delle attività specialistiche ambulatoriali.

 

6)   Qual’è il ruolo dell’Ospedale di Motta nell’ambito dell’ULSS 9?

In sintesi l’Ospedale di Motta riduce in maniera significativa:  a) la degenza media dei reparto da cui provengono i paziente in particola modo dalla  Cardiochirurgia di Treviso con conseguente riduzione della spesa sanitaria; b)  i tempi di attesa delle prestazioni ambulatoriali, garantendo non solo un risparmio di tempo alla popolazione, ma anche un’ ottima qualità dei servizi.

 

7)   Come si è sviluppato l’Ospedale di Motta dal 2004 ad oggi?

Ecco in breve alcuni dati salienti:

Totale generale attività:

a)nel 2005: n° 113.385 prestazioni;

b) nel 2013 n° 188.563.

 

Nel dettaglio citiamo alcuni dati:

 Attività di ricovero in totale (sia ordinario, sia D-H):

a)   nel 2005 n° 2.656;

b)   nel 2013: n° 4.054.

 

Attività polispecialistica:

a)   nel 2005 n° 110.729,

b)   nel 2013: n°184.509.

 

Attualmente l’Ospedale di Motta può contare su 90 medici (70 specialisti che svolgono solo attività ambulatoriale), 275 infermieri  e 55 amministrativi, ha 120 posti letto di degenza ordinaria e circa altrettanti di D-H.

 

Magari alcuni ci chiedono che sia il Dr Messina e allora metto qui sotto il curriculum anche se ha da poco lasciato il Primariato di Portogruaro e quindi dovrebbe essere conosciuto da tutti

 

 

DATI PERSONALI

 

Cognome e nome Messina Quirino

 

Data di nascita 15/12/1951

 

qualifica Medico specialista
Amministrazione Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza (TV)
Incarico attuale Consulente
Numero telefonico di servizio 0422/8671

 

Fax di servizio 0422/867275

 

E-mail personale quirinomessina@libero.it

 

 

 

TITOLI DI STUDIO, PROFESSIONALI ED ESPERIENZE LAVORATIVE

 

Titoli di studio 1970 Diploma Liceo Classico “Mario  Cutelli” Catania

 

1976 Laurea in Medicina e Chirurgia  Università degli Studi di Catania

 

1979 Specializzazione in Ematologia Università degli Studi di Catania

 

1985 Specializzazione in  Cardiologia Università degli Studi di Catania

 

 

Altri titoli di studio e professionali              1989 Idoneità a Primario Medicina Interna   Roma

 

Esperienze professionali (incarichi ricoperti)                I.         1977 (marzo-agosto) Tirocinio pratico ospedaliero presso gli Ospedali Riuniti “S.Marta e Villermosa” di Catania

II.         1977(dicembre)-1989(maggio)Assistente ospedaliero a tempo pieno Ospedale di Sacile   (PN)  USL 12  del Livenza

III.         1989(maggio)-1993(maggio) Aiuto Ospedaliero di Medicina Generale a tempo pieno Ospedale di Sacile (PN) USL 12 del Livenza

IV.         1993(maggio)-1998(settembre)Aiuto corresponsabile Ospedaliero  Medicina Generale a tempo pieno Divisione Lungodegenti dell’Ospedale Regionale “Cà Foncello” Treviso Azienda U.L.S.S. n° 9 con funzioni primariali per un periodo di oltre un anno

V.         1997-2003 Membro del Comitato di Bioetica dell’Azienda U.L.S.S. n°) di Treviso

VI.         2002(aprile)-2004 (agosto) Membro del Comitato di Bioetica di Sperimentazione Farmaci dell’Azienda U.L.S.S. n°9 di Treviso

VII.         1998 (settembre)-2004 (marzo)Dirigente Medico a tempo pieno U.O.  I Medica Presidio Ospedaliero di Treviso

VIII.         2004(aprile)-2009(1gennaio) Responsabile U.O. Medicina Generale e LPA dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza (TV)

IX.         2006(ottobre)-2008(gennaio) Responsabile U.O. Medicina Riabilitativa dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza(TV)

X.         2004(aprile)-2009(1 gennaio) Vice Direttore Sanitario

dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza (TV)

XI.         2010 novembre-2013 agosto Membro del Comitato Etico per la pratica clinica dell’Azienda ULSS n°10”Veneto Orientale”.

XII.         Dal 02 Gennaio 2009 al 15 Agosto 2013 Direttore U.O.C. Medicina Generale Ospedale di Portogruaro Azienda USLL n° 10 “ Veneto Orientale”

XIII.         Dal 02 Settembre 2013 ad oggi medico specialista e consulente presso l’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza (TV).

   
Altro (partecipazione a convegni,seminari,pubblicazioni, collaborazione riviste ecc e ogni altra informazione che ritiene dover pubblicare)
  1. Responsabile scientifico, organizzatore, moderatore e relatore  a diversi corsi ECM
  2. Diverse pubblicazioni in ambito Ematologico ed Internistico
  3. Coautore dei seguenti libri:

1) Tutela della salute negli anziani. Corso di aggiornamento obbligatorio per il personale dipendente. Servizio Sanitario Nazionale. USL n°12 “Del Livenza”. Sacile 8 Gennaio/23 Aprile1991. Arti Grafiche Graficart. Resana (TV), Dicembre 1991;

2) Cinquant’anni per la vita. Bioetica e Donazione. Dario De Bastiani Ed.,2006;

3) L’Ospedale di Motta di Livenza di Bruno Stefanat. Tipografia Grafiche 2 Effe di Portogruaro (VE);

 

  1. Collaboratore delle seguenti riviste:

1)    FIDAS (Notiziario della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue);

2)    Il dono, Pordenone. La voce del Friuli Occidentale, periodico dell’Associazione Friulana dei Donatori di Sangue (AFDS). Provincia di Pordenone

3)    10 in salute, periodico d’informazione socio sanitaria dell’ULSS 10 “Veneto Orientale”.

  1.   Componente del Comitato Scientifico ECM md studio congressi di Udine.

 

Motta di Livenza (TV), agosto 2014

Il primario, il senatore e la giovane infermiera

 

Il primario, il senatore e la giovane infermiera

Voglio fare il mio commento su una storia che ha fatto parlare tanti i giornali  in questi giorni. Tanti commenti e naturalmente tutti a favore della giovane infermiera ( studentessa) . Tutti contro il Primario che lo si è visto essere un esponente della “Casta”.  Perché oggi si deve essere contro la Casta , intesa come quella cha il potere . Ci sono dentro i partiti, senatori, deputati, medici politici nei vari incarichi ecc. (stranamente non si vede dentro Napolitano e i giudici)

Ho aspettato per dare un giudizio con calma e leggere le varie versioni e i vari commenti

Leggevo su di un giornale del quale non ricordo il nome  “Una storia italiana piccola e banale.  Ma con una protagonista originale che ricorda un po’ il bambino della fiaba di Anderson “ I vestiti nuovo dell’Imperatore “ che tutti noi abbiamo letto . L’unico che ha il coraggio di girdare  “Il re è nudo “ mentre tutti gli altri fingono di vedere i suoi vestiti  che pure non esistono per paura di passare da sciocchi.

Secondo il racconto che si è letto nei giornali dopo la pubblicazione della lettera della studentessa  in infermieristica che la stessa ha pubblicato su F.B. su Twitter e mandata a quasi tutti i giornali. La seguente notizia  “nel reparto di Medicina Interna del Policlinico Ulberto I di Roma per far posto ad un Senatore della Repubblica un paio di pazienti già ricoverati sono stati spostati dalle loro camere per lasciarne una completamente a disposizione dell’  illustre ricoverato.   La stanza è stata lustrata più del solito, lucidata e profumata. I due pazienti, non altrettanto illustri, sistemati in una stanza da quattro. Non solo. Al senatore durante il suo ricovero sono stati concessi piccoli privilegi negati agli altri come ricevere le persone anche al di fuori dell’ orario di visita.”

Niente di nuovo, nulla cui non siamo già abituati.  Lo strano è che sia stata una studentessa che frequenta il reparto per il corso di laurea in infermieristica  Roberta Cristofani  della quale mettiamo il nome e il suo profilo FB (  https://www.facebook.com/roberta.m.cristofani?fref=ts )

La studentessa riferisce che è stato dato a lei l’ingrato compito di dire ai due pazienti che dovevano “sgomberare” per lasciare il posto a qualcuno che contava più di loro.  La ragazza si è sentita “umiliata” , ha provato vergogna nello scoprire  che, sì, esistono pazienti di serie A e di serie B anche negli ospedali pubblici.  Allora ha deciso  ha deciso di rendere pubblica sulla sua pagina di Facebook  questa vicenda

https://www.facebook.com/roberta.m.cristofani?fref=ts ,

postando la lettera che ha indirizzato al suo primario al quale ha chiesto di non essere più messa “in una situazione tanto imbarazzante ed umiliante”

Dal Policlinico è uscita una nota che afferma che non ci fu nessun favoritismo da parte del primario, nessun privilegio e soprattutto nessun disagio per gli altri pazienti. In sostanza dicono dal Policlinico in casi particolari occorre tutelare la privacy del ricoverato. L’Azienda quindi si riserva di tutelare la propria immagine e quella dei suoi professionisti in qualsiasi sede non esclusa quella giudiziaria.

Che fine farà la giovane infermiera ? Potrà ancora frequentare quel Reparto ? Avrà delle conseguenze ?

 

Riporto anche io la lettera che è pubblica vista che è stata messa su FN e mandata a molti giornali

 

Gentile professor Violi,

le rubo qualche istante del suo tempo per raccontarle una breve storia.

Sono una studentessa di Infermieristica del primo anno e al mio secondo tirocinio mi sono trovata a lavorare nel suo reparto.

Una sera, verso le 20, ho notato una certa agitazione da parte del personale. Due pazienti, senza ricevere alcuna spiegazione, sono stati spostati in stanze in cui erano presenti già altri quattro letti, mentre quella in cui si trovavano loro è rimasta vuota. Lo stato di agitazione continuava: apriamo le finestre, spruzziamo un deodorante, il nuovo letto deve essere perfetto. IL nuovo letto. Uno solo. Io non ho molta esperienza, per questo mi è sembrato naturale chiedere lumi. “Domani arriva il senatore. Deve stare in una stanza singola, disposizioni del primario.”

Perché mai il senatore dovrebbe stare in una stanza singola? Con la penuria di letti che abbiamo, tra l’altro? E perché avremmo dovuto scomodare altri due pazienti per permettere a una persona di stare in una stanza singola? Riesce minimamente a percepire la mia incredulità?
 Incredulità che non ha fatto che aumentare, notando che al paziente venivano concesse visite a qualsiasi ora, nonché qualsiasi tipo di trattamento di favore. Altre “disposizioni del primario”, immagino.

 

Caro professore, le scrivo per dirle che mi sento profondamente offesa.

Dal momento in cui varca la soglia del reparto, il paziente per me è semplicemente una persona, ovviamente con pari dignità e diritti rispetto a tutte le altre. Cosa mi importa che nella vita faccia lo spazzino, il salumiere, l’insegnante o il senatore? Mi trovo di fronte, sempre e comunque, una PERSONA: spesso spaventata, con mille dubbi e incertezze, turbata, fuori dall’ambiente rassicurante della sua casa. E non è forse questo uno dei doveri dell’infermiere? Far sì che la persona che entra in reparto si senta accolta, rassicurata, ascoltata, al di là di chi è, cosa fa di mestiere o del suo status sociale.

 

Può anche solo lontanamente immaginare l’umiliazione che ho provato nel comunicare ai due pazienti che occupavano la stanza sgomberata per far posto al senatore che avrebbero dovuto spostarsi? “Voi siete malati di serie B, dovete far spazio al malato di serie A.”
Quel compito ingrato, me lo lasci dire, sarebbe toccato a lei, professore. Non a una studentessa che non riesce a farsi una ragione di episodi del genere.

 

E sì, mi sento offesa. Sento che, rendendomi strumento di questo tipo di ingiustizie, lei ha sminuito la mia professionalità, l’impegno che metto ogni giorno per migliorarmi e diventare una brava infermiera.
Così come, e questo è un mio modesto parere, ha sminuito la professionalità e il duro lavoro della caposala e di tutti gli infermieri che giorno per giorno si impegnano per dare al paziente, ad OGNI paziente, le migliori cure possibili e l’accoglienza di cui parlavo.

 

La prego, per il futuro, di non mettermi più in una situazione tanto imbarazzante e umiliante.

La prego, con tutto il cuore, di non lasciarmi con la sensazione amara che “tutti i pazienti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.”

 

Ora fermo restando che in un Ospedale pubblico come è L’Umberto Primo a Roma tutti i pazienti hanno o devono avere lo stesso trattamento a meno che non siano pazienti solventi o paganti in proprio un ricovero o paganti la stanza dozzinante ( e qui non è stato comunicante se il paziente pagava ricovero o stanza ),

Fermo restando che ogni persona è libera di esprimere il proprio pensiero

Fermo restando abbiamo sentito solo la versione della Studentessa e la versione del Policlinico e non quella del resto del Personale Medico e infermieristico

Fermo restando che esiste una versione del Senatore dell’UDC De Poli che non sappiamo se si riferisce esattamente a quel ricovero o ad un altro

 

Vi sono considerazioni che devono essere fatte a mente fredda

1)    Ci sono motivazioni politiche ? La Studentessa lo nega ma tra i suoi amici e tra i commenti che la lodano vi sono vari del Movimento 5 Stelle.

2)    Sembra strano che la coordinatrice infermieristica che assiste le studentesse abbia dato proprio a lei il compito di spostare i paziente e comunicare che dovevano esser spostati ?

3)    I colleghi e agli altri medici non dicono nulla e lei non dice nulla a loro. Una studentessa prende disposizione mai da sola ma è compartecipe con altri studenti e infermieri

4)    Come mai la scelta di comunicare ai pazienti il cambio della stanza, è caduta solo su di lei. Davvero tutti i colleghi si sono occupati solo ed esclusivamente della stanza di “Supersenatore”? Davvero non hanno avuto il coraggio di prendersi tutte le critiche e le lamentele dei pazienti?

5)    °- Dov’era il medico di guardia di reparto? Perchè non ha parlato lui con i pazienti?

6)    Perchè il Primario ha acconsentito che nel suo reparto ci fosse un trattamento “Privatistico” di un posto letto pubblico  sapendo che la normativa non lo permette e che tale fatto può essere denunciato ?

7)    Vorrei tanto sapere se quella sera vi era stata la comunicazione al P.S. dei posti letto a disposizione per i ricoveri urgenti, e quanti posti letto aveva comunicato quel reparto di medicina, e soprattutto se qualche cittadino a causa di questo ricovero “improprio” avesse ricevuto una complicanza a causa della falsa carenza di posti letto

8)    Ha valutato la studentessa la patologia e le possibili esigenze del ricoverato ?.

9)    Normalmente spetta alla Caposala e non al Primario la disposizione dei letti  e tale disposizione viene fatta in base alle patologie e ad esigenze che vengono riportate dai medici , compreso il Primario. Anche nel mio Reparto alcuni paziente vengono spostati in altre stanze quando in una data stanza deve essere messo un paziente con una patologia particolare ( operato di un dato intervento o possibile fonte di infezione ecc)

10)                Ha rispettao la Privacy del Senatore, del Pirmario, del Reparto ? avendo lei nella lettera resa pubblica messo il Nome del Pirmario, e del Reparto ?

11)                Ha comunicato all’IPASVI il problema e alla Direttrice della Scuola il fatto chiedendo come meglio comportarsi ?

 

12)                Se la studentessa  proprio non volevi fare quella comunicazione, poteva semplicemente rifiutarsi e  non credo che i colleghi  e i medici insegnanti la avrebbero bocciata per questo. Certamente è più facile avere conseguenze con tale comportamento che non  quello di rifiutarsi di eseguire quell’ordine ( se vi è stato )

 

13)                La coordinatrice e i suoi infermieri sono complici alla pari del primario se non vi era una motivazione valida. Se iniziassimo ad tutelare in modo autonomo gli interessi del malato e a non eseguire azioni imposte da altri le cose andrebbero meglio!

 

In conclusione io sono un Chirurgo con 43 anni di attività in ambiente pubblico o accreditato nel pubblico e da 21 anni dirigo un Reparto di Chirurgia che ospita  allieve che sono mandate dalla Università per imparare la parte pratica ma anche la deontologia infermieristica

Io una infermiera ( se da studentessa diventerà infermiera) che agisce in tale modo senza rispettare le regole, i ruoli, la privacy, senza informarsi delle patologie dei pazienti non la vorrei nel mio Reparto.

Se il racconto della infermiera fosse vero e se questo racconto fosse la fotografia di quello che è successo , il reparto ( dal primario ai medici, alla caporeparto e agli infermieri tutti ) sarebbe da condannare.

Ma vi sono modi e forme da rispettare per un comportamento civile.